07 Ott, 2022

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Il Mediterraneo invaso da centinaia di nuovi pesci. Da mare nostrum a mare monstrum

Mare più invaso al mondo: studio italiano Cnr-Irbim


AgenPress. Nel Mediterraneo ci sono centinaia di nuovi pesci ed è il mare più invaso al mondo. Per passare da mare nostrum a mare monstrum ci è voluto poco più di un secolo.
A rilevarlo è una ricerca pubblicata dalla rivista ‘Global Change Biology’ – e coordinata dall’Istituto per le risorse biologiche e biotecnologie marine (Cnr-Irbim) del Cnr di Ancona – che ricostruisce la storia delle invasioni biologiche nel mare nostrum. La ricerca fa la storia delle invasioni biologiche nel Mediterraneo, che ne hanno cambiato la storia in modo irreversibile.
“Lo studio dimostra come il fenomeno abbia avuto un’importante accelerazione a partire dagli anni ’90 e come le invasioni più recenti siano capaci delle più rapide e spettacolari espansioni geografiche”, spiega Ernesto Azzurro del Cnr-Irbim e coordinatore della ricerca. “Da oltre un secolo, ricercatori e ricercatrici di tutti i paesi mediterranei hanno documentato nella letteratura scientifica questo fenomeno, identificando oltre 200 nuove specie ittiche e segnalando le loro catture e la loro progressiva espansione. Grazie alla revisione di centinaia di questi articoli e alla georeferenziazione di migliaia di osservazioni, abbiamo potuto ricostruire la progressiva invasione nel Mediterraneo”. Tale processo ha cambiato per sempre la storia del nostro mare.
Sono due le porte di ingresso di questa colonizzazione: “Le specie del Mar Rosso, entrate dal canale di Suez (inaugurato nel 1869), sono le più rappresentate e problematiche. Ci sono, tuttavia, altri importanti vettori come il trasporto navale ed il rilascio da acquari. I ricercatori hanno considerato anche la provenienza atlantica tramite lo stretto di Gibilterra”, continua Azzurro.
Ma quali sono gli effetti ambientali e socio-economici di queste ‘migrazioni ittiche’?
“Alcune di queste specie costituiscono nuove risorse per la pesca, ben adattate a climi tropicali e già utilizzate nei settori più orientali del Mediterraneo”, spiega il ricercatore Cnr-Irbim. “Allo stesso tempo, molti ‘invasori’ provocano il deterioramento degli habitat naturali, riducendo drasticamente la biodiversità locale ed entrando in competizione con specie native, endemiche e più vulnerabili.
Il ritmo della colonizzazione è così rapido da aver già cambiato l’identità faunistica del nostro mare; pertanto ricostruire la storia del fenomeno permette di capire meglio la trasformazione in atto e fornisce un esempio emblematico di globalizzazione biotica negli ambienti marini dell’intero pianeta”.

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