Fegato grasso, colpito il 25% della popolazione. Più a rischio obesi e diabetici

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“Identificare il paziente a rischio è prioritario. Su questo hanno lavorato gli epatologi italiani, offrendo alla Medicina Generale e agli altri specialisti strumenti utili per riconoscere i rischi di malattia metabolica e per gestire al meglio i follow up” sottolinea la Prof.ssa Vincenza Calvaruso, Comitato Scientifico AISF


AgenPress. La prevalenza di steatosi epatica, spesso nota come fegato grasso o con l’acronimo NAFLD (Non Alcoholic Fatty Liver Disease, Steatosi epatica non alcolica) è in continuo aumento. Colpisce circa il 25% della popolazione in età adulta, arrivando a oltre il 50% tra i soggetti obesi o diabetici. Con la NAFLD aumentano anche i rischi di evoluzione in NASH (la steatoepatite non alcolica, Non Alcoholic Steato-Hepatitis) e di complicanze, fino a cirrosi scompensata e tumore del fegato. Le cause sono obesità, invecchiamento della popolazione, diffusione del diabete mellito di tipo 2, consumo di cibi processati.

LE MALATTIE METABOLICHE AL CENTRO DEL CONGRESSO AISF – I dati allarmanti in tema di steatosi epatica hanno stimolato l’impegno degli epatologi italiani. Numerosi studi sul tema, volti a identificare marcatori diagnostici accurati e indicatori prognostici, sono stati al centro del 55° Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato, AISF, tenutosi a Roma il 16-17 marzo.

La steatosi epatica rappresenta la causa di malattia cronica di fegato con la maggiore prevalenza nel mondo occidentale – spiega la Prof.ssa Vincenza Calvaruso, Comitato Scientifico AISF – La diffusione di obesità e diabete mellito di tipo 2 ha comportato una manifestazione clinica di interessamento epatico che si è espansa in maniera significativa. Diventa quindi prioritario identificare il paziente a rischio. Su questo hanno lavorato molto gli epatologi italiani, offrendo così alla Medicina Generale strumenti utili per diversi fini: serviranno a riconoscere chi tra i pazienti sia a rischio di malattia metabolica, favorendo una diagnosi precoce, mentre per i pazienti in follow up con diagnosi istologica o con cirrosi si potranno gestire meglio le complicanze. Questi studi sono anche uno spunto per incrementare la collaborazione con gli altri specialisti coinvolti sulle malattie metaboliche”.

DALL’UNIVERSITA’ DI PALERMO UNO STUDIO PER MIGLIORARE LE DIAGNOSI – La NASH si caratterizza per comorbidità come obesità, cardiopatie e soprattutto diabete. Proprio sulla compresenza di NASH e diabete, patologie spesso concomitanti, si è incentrato lo studio multicentrico dell’Università di Palermo.

Questo è il primo studio internazionale eseguito nei pazienti con NAFLD e diabete che valuta l’accuratezza diagnostica dei test non invasivi per la diagnosi fibrosi avanzata, che rappresenta il principale driver per lo sviluppo delle complicanze epatiche ed extra-epatiche – sottolinea Grazia Pennisi, Università degli Studi di Palermo – La stadiazione della fibrosi viene eseguita tramite biopsia epatica, metodo che risulta però invasivo e dunque non sempre utilizzabile, soprattutto considerando la frequenza di questa malattia. Da qui la necessità di test più semplici e non invasivi per definire gli stadi della malattia. Lo studio, che ha visto arruolati 1780 pazienti, ha individuato il test migliore per rilevare la severità di fibrosi epatica nella misurazione della stiffness epatica con Fibroscan®, che si è dimostrato quello con maggiore accuratezza diagnostica, seppur una piccola parte di paziente ricadano in un’area di incertezza diagnostica detta “aria grigia”. Tuttavia, al di fuori dei centri epatologici specializzati, non sempre questo macchinario è disponibile: in questi casi il FIB-4 si è mostrato il test più specifico e soprattutto è molto semplice da calcolare in qualsiasi setting perché richiede l’utilizzo di poche variabili, tra cui esami bioumorali, e solo nel caso di incertezza diagnostica, indirizzare il paziente verso un centro di riferimento dove Fibroscan® sia disponibile e dunque sia possibile eseguire la misurazione della stiffness epatica”.

DALL’UNIVERSITÀ DI TORINO UNO STUDIO SU POTENZIALI BIOMARCATORI DI DANNO EPATICO NEI PAZIENTI CON LA NAFLD – Dall’Università di Torino arriva uno studio volto a identificare i pazienti con NAFLD che sono più a rischio di progredire verso una malattia di fegato avanzata. “Negli ultimi anni è emersa anche la necessità di individuare dei biomarcatori, cioè molecole che possano predire l’insorgenza di un’alterazione metabolica – spiega Marta Guariglia, assegnista di ricerca Università degli Studi di Torino – Ad oggi abbiamo a disposizione solo la biopsia, che però è uno strumento molto invasivo. Lo studio del nostro centro su 200 pazienti con NAFLD e danni epatici di diverso grado ha individuato il legame tra la proteina IP10 e diversi meccanismi di infiammazione: abbiamo notato che i pazienti con NAFLD e una danno epatico più avanzato presentano livelli di IP10 più alti. Individuare la presenza di questa proteina è molto semplice, in quanto basta analizzare il plasma da un semplice prelievo di sangue: un controllo che può essere suggerito dal medico di famiglia quando si noti una predisposizione per un’alterazione metabolica. Questa proteina, infatti, potrebbe essere utile per identificare preventivamente la progressione del danno epatico. Serviranno comunque ulteriori studi per capire se questa proteina, insieme ad altre molecole, possa creare un modello più efficace per impedire il progredire di NASH, che si conferma prevalente nei soggetti obesi, diabetici o con insulino-resistenza”.

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